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Pala di Protasio Crivelli (1506)

Pala di Protasio Crivelli (1506)

Nei libri di storia dell’arte si parla di tantissimi pittori del rinascimento italiano, Masaccio, Botticelli, Antonello da Messina e il grande Michelangelo. La maggior parte di loro hanno operato nell’Italia centrosettentrionale in particolare nelle città di Firenze, Roma, Milano e Venezia. Ma nei testi di storia dell’arte, soprattutto quelli scolastici, non se ne parla o quasi dei pittori minori come Protasio Crivelli, milanese che operò nell’area partenopea tra il 1400 e il 1500. Protasio Crivelli, di Francesco, nasce a Milano attorno al 1470 circa. Il 6 aprile 1487 comincia a lavorare nella bottega del pittore Marco da Oggiono di Milano per sei anni, al fine di istruirsi nell’arte della miniatura. Dopo circa dieci anni si trasferisce a Napoli, dove il pittore esegue alcune opere per alcune importanti chiese della città e di centri minori dell’hinterland. Nel 1499 assume nella sua bottega il giovane Francesco Becchi di Novara, con l’impegno di istruirlo nel disegno.

La sua attività artistica nell’area napoletana è documentata tra il 1498 ed il 1506. Nel giugno 1498 il Crivelli firma la “Madonna di Loreto col Bambino ed Angeli”, oggi esposta al Museo Nazionale di Capodimonte, ma proveniente dalla cappella di San Carlo Borromeo della Chiesa di San Pietro ad Aram. Sempre nel 1498 esegue una copia della “Silloge epigrafica” di fra’ Giocondo, firmata e datata 1498. Un’altra sua opera, la “Madonna con Bambino” risalente al 1500, si trovava nella collezione De Somzée di Bruxelles, ma oggi se ne sono perse le tracce. Incerta è l’attribuzione di un dipinto eseguito nel 1500 per la cappella dei Miroballo, nella Chiesa di San Francesco di Castellammare di Stabia. Il 7 luglio 1503 fu commissionato al pittore un dipinto ad olio su tavola da un monaco di Aversa. Nel 1504 realizza la “Madonna col Bambino tra due angeli musici”, proveniente dall’altare maggiore dell’Arcipretura di Santa Maria delle Grazie a Pino ed oggi conservato presso un deposito della Curia Arcivescovile di Sorrento – Castellammare di Stabia. In un documento del 4 marzo 1506 il Crivelli viene nominato, assieme ad altri artisti scultori, per i lavori all’altare della cappella Miroballo nella Chiesa di San Francesco di Castellammare di Stabia. Il critico d’arte Ferdinando Bologna ha attribuito all’artista milanese la lunetta raffigurante “San Martino che divide il mantello con il povero”, opera esposta al Museo della Certosa di San Martino a Napoli. Al pittore sono state attribuite altre opere, come la “Madonna tra San Giacomo e San Cristoforo” nella Chiesa napoletana di San Cristoforo; un quadro trafugato nella Collegiata di San Matteo Apostolo a Sarno; una lunetta situata nella Chiesa di San Giorgio a Trentola Ducenta e raffigurante l’”Adorazione dei Magi”; una “Pietà tra i Santi Andrea ed Emidio” proveniente dall’altare della cappella Castriota della Basilica Cattedrale di Amalfi, oggi nella Sala Capitolare della stessa cattedrale; un ritratto di donna un tempo nella collezione Newall, Rickmansworth, Cook, recante sul verso l’iscrizione “Crivelli”. Infine al Crivelli, nel 1506, viene commissionata da parte del Barone di Striano Luigi di Casalnuovo, la “Madonna col Bambino in trono tra i Santi Severino Abate e Sossio Levita e Martire”, attualmente conservata presso la Chiesa Matrice di San Giovanni Battista in Striano. Al centro della tavola è rappresentata la Maestà della Vergine col Bambino seduta su di un trono in marmo stilizzato avente la parte superiore a forma di conchiglia, simbolo della verginità. Il basamento del trono è caratterizzato dall’utilizzo della prospettiva, tipica dell’arte rinascimentale, messa in risalto dall’indietreggiato mantello della Vergine rispetto al basamento stesso. Sulla parte avanzata del trono vi è l’iscrizione del committente dell’opera, il barone Luigi di Casalnuovo «EX * VOTO * DNI * LO(IS)E * DE * CASALI * NOVO * BARONIS * STRIANI * ET * ELEMOSINA * DO PNI * GRACIANI * DE (GRACI)ANO * RECTORIS * SANTI * SEVERINI * AC * POPULI * STRIANI * A * 1506». Sulla rientranza destra del basamento vi è la firma del pittore. Lo sfondo è caratterizzato dal paesaggio tipico strianese. In lontananza, sulla sinistra del trono, si intravede il Vesuvio dalla forma conica. Dietro al trono vi sono sette piante che stanno a simboleggiare l’antico culto strianese per la Madonna delle Fontanelle, che si venera il Lunedì in Albis nell’omonima chiesetta a Striano. Ai lati del trono, davanti al magnifico paesaggio, vi sono i due santi: a destra San Severino Abate, Apostolo del Norico e patrono di Striano dal XII secolo, rappresentato con il libro delle Scritture e con abiti episcopali, a sinistra San Sossio Levita e Martire, con una palma nella mano, simbolo del martirio. La prospettiva fa si che il trono voglia aprirsi come un libro, il libro della Bibbia che i Santi hanno nelle mani. Sulla destra del trono, infine, vi è raffigurato uno scudo, simbolo dell’Università di Striano sin dalla sua nascita, avvenuta attorno al XIV secolo, ripreso nel 1806, con la fondazione del comune strianese, nel gonfalone cittadino.

Da Lyceum n°47 di Maggio 2014 Raffaele Massa

Volta della Sagrestia (XVIII sec.) - Striano

Volta della Sagrestia (XVIII sec.)

La volta e le due pareti a mezza luna della sagrestia, alla quale si accede dal transetto destro mediante degli scalini, sono state dipinte nel XVIII secolo con tempera a secco su intonaco. Le delicate decorazioni a finte partiture architettoniche e motivi floreali erano state ricoperte da uno scialbo biancastro tranne che nella parte centrale, dove è raffigurata la colomba dello Spirito Santo realizzata in epoca successiva.La decorazione era quindi completamente invisibile a occhio nudo ma una prova di pulitura ne aveva evidenziata l’esistenza. Lo scialbo sembrava essere il danno principale, ma l’intonaco è risultato completamente distaccato in molti punti, soprattutto nella volta e accanto alle recenti stuccature realizzate con cemento. Queste toppe, realizzate durante il restauro del dopo terremoto del 1980, probabilmente vennero effettuate per consolidare l’intonaco antico, pericolante in vaste zone.

Volta della Sagrestia (XVIII sec.)

Tali lavori però aggravarono ulteriormente lo stato di conservazione dei dipinti perché il cemento, essendo un materiale inadatto per il restauro, aveva appesantito e quindi facilitato il distacco dell’intonaco originario. Inoltre, il cemento, che trattiene molta acqua, aveva diffuso l’umidità in gran parte della volta e causato la presenza di muffe su larghe zone. Grazie al restauro eseguito tra il 2005 e il 2006 dalla ditta ResArt di Napoli con l’alta sorveglianza della dott.ssa Gina Carla Ascione, storico dell’arte, e dell’arch. Lilli Foglia, responsabili di zona per la Soprintendenza per i Beni Architettonici ed il Paesaggio e per il Patrimonio Storico Artistico e Etnoantropologico di Napoli e provincia, l’antico dipinto è stato riportato di nuovo alla luce. Dopo la rimozione dello scialbo, le pitture apparivano in pessimo stato di conservazione. Le lacune diffuse e vaste impedivano la lettura unitaria della decorazione. L’intervento quindi è stato svolto cercando di consolidare l’intonaco antico residuo e di ristabilire, nonostante le mancanze, una lettura unitaria dei dipinti murali.

Quello che è apparso dopo il restauro è una decorazione che finge una ricca partitura architettonica costruita in prospettiva con due sfondati ovali da cui appaiono motivi floreali molto delicati. La colomba dello Spirito Santo, che decora il tondo centrale della volta, è tarda, ma si è ritenuto opportuno non eliminarla perché parte integrante della memoria storica del luogo sacro.

Tratto da Il respiro della fede, di Giuseppe Ferrigno

Madonna di Costantinopoli del '400 - Striano

Madonna di Costantinopoli (XV sec.)
La statua della Madonna di Costantinopoli, così come ci è pervenuta dopo il restauro degli anni settanta dello scorso secolo, era seduta su un trono, indossava un abito verde marino con decorazioni floreali variopinte ed era avvolta in un manto celeste cosparso di stelle. La Vergine sembrava essere rinserratanel suo piccolo seggio, e l’immobilità della posizione ne sottolineava ancor più i suoi lineamenti maestosi.
La scultura, in legno di tiglio, era in un pessimo stato di conservazione causato soprattutto da un cattivo restauro che ne aveva del tutto nascoste le forme autentiche. Infatti oltre ad essere stata ridipinta, alla statua erano state aggiunte varie parti di intaglio, come le mani, il trono, la base ed il panneggio. Per effettuare queste operazioni, il legno era stato danneggiato da colpi di piallatrice e scalpello per garantire l’adesione dello strato di gesso e cementite come base per un nuovo colore ad olio. Il restauro, realizzato grazie al contributo di Giuseppina Caruso, è stato eseguito nel 2005 dalla ditta ResArt di Napoli con l’alta sorveglianza della dott.ssa Gina Carla Ascione, storico dell’arte e responsabile di zona per la Soprintendenza peri Beni Architettonici ed il Paesaggio e per il Patrimonio Storico Artistico e Etnoantropologico di Napoli e Provincia. La statua ha subito una trasformazione ritornando allo stato primordiale. L’unica traccia più estesa della policromia originaria si è conservata intatta nell’incavo del braccio sinistro, probabilmente eseguita con tempera magra, con i colori rosso, celeste ed oro. Altri microframmenti di pellicola pittorica si possono intravedere in varie parti della scultura, in particolare sul volto rosaceo, sui capelli marroni, sul velo argenteo, sulla veste rossa e sul manto celeste. Lo schema scultoreo risulta arcaico, simile alle Madonne di tradizione bizantina. Tuttavia i lembi cadenti del manto e della veste che si adagiano sulla base hanno una forte inclinazione prospettica e suggeriscono grande plasticità. Lo scultore, per quanto riguarda il panneggio delle vesti, adopera lievi movimenti al fine di far scorrere più uniformemente la luce. La statua della Madonna era collocata nell’antica chiesa di San Severino Abate, successivamente trasferita nell’attuale parrocchia. Agli inizi degli anni ottanta dalla statua sono stati rubati il bambinello che Maria aveva tra le braccia e due teste d’angelo che erano posizionate ai lati del trono.

Tratto da Il respiro della fede, di Giuseppe Ferrigno